Oblivium – 2. Il ritorno di Alice

CAPITOLO 1 –> Oblivium – 1. Buongiorno Upper East Side
CAPITOLO 3 –>
 Oblivium – 3. Identità svelate

Se volete restare sempre aggiornati sulle mie storie cliccate “mi piace” QUI !

Eccomi di nuovo qui con un nuovo, emozionante capitolo di Oblivium!
Avete letto la recensione del primo capitolo di Oblivium scritta sul blog “I libri: il mio passato, il mio presente, il mio futuro”? Se non l’avete ancora fatto, vi invito (anzi, vi obbligo!) a leggerla subito qui –> Recensione “Oblivium – 1. Buongiorno Upper East Side” di Martina Battistelli!!!
Ora, tornando a noi, non voglio anticiparvi nulla di questo nuovo capitolo, ma devo dirvi di non spaventarvi troppo se inizialmente vi sembra di non capire qualcosa o che certi particolari non siano perfettamente esposti. Il racconto inizia in medias res (più o meno), perciò in futuro ci saranno dei flashback per spiegare eventi passati, ma già nel prossimo capitolo sarà tutto più chiaro.
Come vi avevo anticipato nello scorso post, inoltre, il primo capitolo era un prologo, quindi una specie di prequel degli eventi che vedrete da ora in poi. Tutto ciò che posso anticiparvi è questo: nuova città, nuovi personaggi, stessa protagonista.
Spero che questa scelta vi soddisfi!
E, ora, come sempre, iniziamo con la presentazione dei personaggi che vedrete a partire da questo capitolo:

JANET

Janet è la secchiona dell’unico liceo di Nottingate, sempre presa di mira dal gruppetto dei popolari, e ogni anno più imbranata. Non riesce a farsi rispettare e finisce sempre per accontentare tutti senza essere mai ricompensata nemmeno con un semplice “grazie”. Jenny finge di non sentirsi troppo a disagio, ma in cuor suo sa bene di non poter resistere ancora a lungo.

TAYLOR

Taylor Crow, a sentire Janet, è il sogno di ogni ragazza: alto, biondo, occhi azzurri e fisico scolpito. È un atleta, frequenta all’incirca tutti gli sport della scuola ed è famoso per la sua scarsa intelligenza quanto per l’infinito numero di ragazze con cui è stato.

collage

Emma, Monroe, Nick e Adam sono le personalità più influenti e spregevoli del liceo e dell’intera cittadina, arroganti e superficiali. Janet non ha mai conosciuto persone più narcisiste. Il mondo gira intorno a loro e detengono il potere. O almeno è quello di cui sono convinti. Pensano che spaventare e ricattare qualcuno basti a farli cadere ai loro piedi, ma sono solo degli ingenui ragazzini. Sarà la nuova arrivata a rimetterli in riga e a spiegare loro che il mondo reale è un altro, e molto, molto più difficile da affrontare di quanto loro si divertono a farlo sembrare.

Mia-Kirshner-Picture-004

Nadia è la governante della famiglia di Alice da una ventina di anni, ormai, ma in tutto quel tempo non è mai stata trattata come tale. Per Allie e Annie è sempre stata una vera e propria madre, dal momento che Julie era sempre via, e Julie stessa la considerava una buona amica che dava loro una mano in casa. Ora, però, la vita della famiglia Jackson si è complicata, più di prima, e Nadia si è ritrovata a dover gestire una situazione inaspettata.

2. Il ritorno di Alice

«Avevi detto che mi avresti protetto sempre. L’avevi promesso».
La voce di Annie tuonò nelle orecchie di Allie come provenisse da un’altra dimensione. Era lontana ma echeggiante. Alice non capiva dove potesse essere. Cercò sua sorella ovunque, ma ogni luogo era un buco nell’acqua.
Annie era nella sua testa.
«Annie…». Alice si accasciò a terra, sostenendosi il capo con entrambe le mani. Era certa che sarebbe presto impazzita.
«L’avevi promesso», ripeté la voce, ora più sostenuta. Allie capì che sua sorella la odiava.
«Ti prego…», sussurrò, stremata. La testa le doleva tanto che temeva di non poter sopravvivere ancora per molto.
«Bugiarda!».
L’urlo le esplose nella testa e Allie si credette spacciata. Rimase in silenzio, distesa sul pavimento della stanza di Annie ad aspettare che il suo cuore smettesse di battere.
Forse ora sarebbe stata finalmente in pace, si disse. Si accorse di essere felice, per la prima volta dopo tanto tempo. Era ironico, pensò, che fosse proprio la fine di tutto a renderla felice. Ma come sarebbe potuto essere altrimenti? Ormai era sola, nel mondo reale non aveva più nessuno. Si era convinta che in tutti quegli anni era stata lei a prendersi cura di sua sorella, ma forse inconsciamente aveva sempre saputo che era lei stessa ad aver bisogno di Annie più di ogni altra cosa. Sua sorella era il promemoria vivente di quanto la vita potesse essere bella, allegra, autentica… Era solo grazie a lei che Allie non era sprofondata nel baratro più oscuro, otto anni prima. E doveva ringraziare anche lei per aver ritrovato se stessa.
Ma quanto poteva durare senza di lei? Allie era consapevole del fatto che da sola non avrebbe mai potuto farcela.
Non senza Annie.
E Annie ora non c’era più.
Non l’avrebbe mai più rivista.
Non avrebbe mai più ascoltato la sua voce, mai più rivisto il suo volto angelico, mai più cullato il suo corpicino fragile tra le braccia.
Annie era morta.

La superficie celeste era più chiara del solito, quella mattina. Nottingate non era una città particolarmente calda, né troppo piovosa, ma una nebbia perenne ed inquietante la copriva durante ogni stagione dell’anno, senza eccezioni.
Janet pensava fosse uno scherzo ironico del destino. Il primo giorno di scuola, una specie di incubo da quando riusciva a ricordare, la nebbia aveva deciso di sparire per lasciare spazio ad una bellissima giornata che non si vedeva da mesi. Neanche l’estate aveva mostrato tanto sole come ora. Peccato che sarebbe stato un giorno terribile.
Come l’anno prima, e quello precedente, e quello prima ancora.
Jenny aveva passato l’intera nottata a sperare che non si ripetesse la stessa identica storia di tutti gli anni, ma sapeva già che le sue preghiere sarebbero state vane. Emma, Monroe, Nick e Adam avrebbero fatto i prepotenti come sempre, e Taylor avrebbe continuato ad ignorarla. Emma, Monroe, Nick e Adam erano le persone più spregevoli presenti sul pianeta, con dei cervelli che messi insieme non raggiungevano nemmeno mezzo di quello di Janet, e la usavano come serva perché lei non era in grado di difendersi o semplicemente di mandarli tutti a quel paese. Taylor, invece, era il sogno di ogni ragazza, a scuola. Era alto, biondo, aveva gli occhi azzurri e un volto celestiale. Jenny aveva una cotta per lui dalle elementari, pur essendo perfettamente consapevole del fatto che lui aveva sempre ignorato la sua esistenza.
La sua vita faceva veramente schifo, pensò mentre percorreva lentamente il cortile della scuola. Ridotta a fare la schiava, lei che aveva un quoziente intellettivo che sfiorava la genialità.
Come diavolo era potuto accadere? Si chiese anche questo, nel momento in cui entrò nell’edificio, terrorizzata a morte che qualcuno del gruppo l’avesse già vista.
Jenny non voleva nulla se non l’anonimato. Era chiedere troppo? Si era costruita un mondo tutto suo, e malgrado a volte potesse sembrare troppo solitario, lei ci stava bene. Nel suo mondo studiava, leggeva, e il suo migliore amico era il suo portatile. Jenny era felice così. Il mondo reale era troppo pericoloso, mentre il suo addirittura appagante. Nel suo mondo non si sentiva affatto giudicata.
«Ehi, Williams! Passata una bella estate? Sei almeno uscita di casa?».
Nick e Adam apparvero improvvisamente nella sua visuale. Come al solito non li aveva visti arrivare, o a quel punto si sarebbe già trovata sulla luna.
«Oh, smettila, Nick. Sono sicura che Jenny si sia data alla pazza gioia, quest’estate», disse Monroe, spuntando da dietro le sue spalle con Emma. «Non è vero, Jenny?».
«Ma certo», intervenne Emma. «Avanti, raccontaci qualche aneddoto piccante».
«Be’, ecco, io…».
Adam la interruppe. «Libri e stupidi telefilm non contano».
Jenny tacque.
«Ma guardate, ha cambiato montatura». Adam le tolse gli occhiali prima che lei potesse controbattere.
«Ehi!». Jenny tentò di afferrarli, ma era completamente cieca, senza.
«Sei davvero così sfigata?», sentì dire da Monroe prima che scoppiassero tutti in una risata fragorosa.
«Ragazzi, per favore. Non vedo nulla». Jenny allungò di nuovo una mano, inutilmente.
«Che occhiali sexy, J. Così ci farai concorrenza», continuarono a deriderla.
«Mai quanto con quel vestito multicolore e quella coda di cavallo».
«Sai per caso che esiste una cosina chiamata moda?».
Al suo silenzio, Emma rispose: «Come non detto».
Quando Jenny capì che si stavano voltando per allontanarsi, li fermò. «Ragazzi, potrei riavere i miei occhiali?».
«Solo se lo chiedi per favore», disse Nick.
Jenny pensò che peggio di così non poteva andare. Quante umiliazioni aveva subito negli ultimi cinque minuti?
«Per favore», si costrinse a dire.
Adam allungò il braccio, ma prima che Jenny potesse prendere gli occhiali lo ritrasse. «Ci vediamo dopo le lezioni al solito posto, chiaro? Vedi di esserci».
Annuì. «Non mancherò».
Adam riallungò il braccio, ma mancò volontariamente la sua mano e gli occhiali iniziarono a precipitare. Non fece in tempo a borbottare delle false scuse che qualcuno li afferrò prima che toccassero terra.
Il gruppetto ammutolì. Una ragazza mai vista prima si era avvicinata e aveva gli occhiali in mano, perfettamente intatti.
Adam era sconvolto. «Come diavolo…?».
La ragazza restituì subito gli occhiali alla proprietaria. «Non dovresti frequentare certe persone», le disse soltanto, ignorando consapevolmente i ragazzi dietro di lei.
«Come ti permetti?», tuonò Monroe.
«Chi ti credi di essere?», continuò Nick.
Lei si voltò e incontrò i loro sguardi uno ad uno, lentamente. «Una che non vorreste mai avere come nemica».
Quando se ne andò, dopo aver chiuso il suo armadietto, i quattro ragazzi lanciarono un’occhiata truce a Janet e volarono via, per limitare i danni dell’umiliazione pubblica appena subita.

Jenny trascorse tutta la prima ora a domandarsi chi fosse la ragazza misteriosa. Avrebbe dovuto ringraziarla? Perchè non lo aveva fatto? Forse temeva la reazione dei ragazzi…
E la sua risposta, poi?! Grandiosa!
Una che non vorreste mai avere come nemica.
Jenny si chiese perchè lei non aveva il coraggio di tenere testa a quella feccia arrogante, e alla fine della lezione si rese conto di aver passato tutto il tempo ad immaginare lei al posto di quella ragazza e di non aver sentito una sola parola della spiegazione.
Ora a chi avrebbe potuto chiedere gli appunti? Lei era la prima della classe in tutte le materie, non si fidava degli appunti di qualsiasi persona. Ma forse…
Il suo sguardo cadde sul volto perfetto di Taylor Crow all’ultimo banco in fondo all’aula. Non era certo famoso per il suo cervello, ma poteva essere una buona occasione per intavolare una prima conversazione.
No, assurdo. Non sarebbe mai stata in grado di farlo.
Si diede della stupida circa una decina di volte, ma quando la campanella suonò impiegò tre secondi a capire che prima o poi avrebbe dovuto iniziare ad essere più impulsiva e intraprendente, o non sarebbe riuscita a vivere facilmente nel mondo reale. Così si alzò, decisa e risoluta, si schiarì la voce e…
Taylor le passò accanto e sentì la terra mancarle sotto i piedi. Due secondi dopo scosse la testa e lo chiamò. Lo fece davvero, non se l’era immaginato. Lo chiamò più di una volta, ma non si voltò mai.
Sei davvero così sfigata?
Quest’espressione la perseguitò per l’intera mattinata, finché non vide la ragazza nuova nella sua classe di letteratura, all’ultima ora. Non sembrava molto interessata alla lezione, ma, d’altronde, nessuno era mai interessato alla lezione, in quella classe.
Un vero peccato, considerato che il Signor White non era solo un uomo incredibilmente affascinante – più che altro un ragazzo – ma anche un ottimo insegnante. Nonostante le sue eccellenti qualità oratorie, comunque, Gabriel White aveva degli occhi tanto azzurri da potercisi specchiare e uno sguardo ipnotizzante, dietro quei modi di fare così naturali.
Lei, però, non sembrava interessata neanche al professore. Aveva la testa perennemente china sul banco e il naso nel suo quaderno. Sembrava prendere appunti, ma senza troppo trasporto. L’aveva notato anche ore prima. Quella ragazza aveva un’espressione davvero singolare. Era come se… come se non fosse realmente viva.
Come se… sopravvivesse.

«Dobbiamo assolutamente scoprire chi è quella stronza».
Il gruppo si era riunito nel cortile dietro la scuola. Adam e Nick erano seduti su un tavolo di legno al centro del luogo e Monroe ed Emma si trovavano in piedi di fronte a loro. La prima volta che si erano visti lì, Janet si era seduta sulla panca per iniziare i compiti dei ragazzi e aveva chiesto loro perché non si sedevano. Inutile dire che le avevano lanciato uno sguardo sconcertato prima di spiegarle che non si sarebbero mai sedute in un posto dove chiunque altro avrebbe potuto sedersi. Come al solito, Jenny non si era azzardata a commentare, ma rischiò di vedersela brutta per la risata che le uscì istintivamente.
«Sarà una sgualdrina di qualche paese vicino. Probabilmente è qui perché non poteva più mostrare la sua faccia in pubblico, e ha deciso di invadere il nostro territorio», continuò Adam.
«Io non credo», disse Janet, ammutolendo tutti. Nick le lanciò un’occhiata tanto truce da costringerla a distogliere lo sguardo.
«Tu non credi… cosa?», la sfidò.
Monroe la affiancò, fingendo solidarietà. «Nick, lasciala in pace. Sentiamo cosa ha da dire, piuttosto». Le sorrise con malizia.
Janet continuò a guardare il quaderno. «Io… io…».
Avanti, dì qualcosa. Insultali tutti. Puoi farlo!
«Molto profondo», continuò la ragazza quando Jenny sospirò, di nuovo sconfitta. Prima o poi quel sorrisetto compiaciuto su quella faccia da gallina sarebbe sparito, Janet lo giurò a se stessa.
«Sapete cosa penso io, invece?», disse ancora. «La sgualdrina viene dalla città. Avete visto cosa indossava?».
«Semplici vestiti scuri?», disse Adam.
L’arcata sopraccigliare di Monroe si alzò in modo surreale, per poi disegnare un’espressione di disprezzo, sul suo volto liscio e curato. «Quei semplici vestiti scuri erano Dior».
«E queso cosa vorrebbe dire?».
«Che è ricca sfondata. Viene dalla città», ripeté, sicura.
«Monroe ha ragione», confermò Emma.
«State pensando quello che penso io?», chiese Nick, con un’espressione allarmata che Janet non aveva mai visto, sul suo volto.
«Non credo proprio. I tuoi pensieri farebbero ribrezzo a chiunque», l’incalzò Monroe.
«Ragazzi, sono serio».
«Dobbiamo leggere il suo fascicolo», disse Adam quando l’amico lo guardò negli occhi, certo che lui avrebbe capito. Dopo aver lanciato uno sguardo complice ad Emma e Monroe, si voltarono tutti verso Janet, che esitò un istante prima di scuotere la testa.
«Non se ne parla. No, no, assolutamente no», provò ad opporsi, seppur con un tono di voce poco convincente.
«E se ti dicessimo che possiamo presentarti Taylor Crow?». Emma sorrise, guardando Monroe.
«Come sapete di…», Jenny mormorò, confusa.
«Oh, andiamo, J. Siamo bionde, non stupide».
Jenny aveva dei seri dubbi a riguardo, ma non fece commenti. Insomma… Taylor Crow! Le sue labbra si curvarono in un sorriso imbarazzato, e provò un improvviso interesse per la penna che stava nervosamente picchiettando sul tavolo. Erano anni che non desiderava altro che Taylor Crow sapesse della sua esistenza. «Potete davvero farmelo conoscere?».
«Certamente».
«E quando?», si interessò subito.
Emma si diresse verso l’entrata secondaria della scuola. «Anche ora».
«No! Emma!».
La ragazza si fermò. «Sì?».
«Non oggi, ok?».
«Perché? Devi prepararti psicologicamente?». Rise, tornando indietro.
Jenny si strinse nelle spalle. In realtà non era ancora certa che volesse davvero farlo.
«Ok, lo faremo domani. Dopo che avrai preso quel fascicolo dallo studio del preside Moore».
«Dobbiamo scoprire prima come si chiama», riprese Nick.
«Si chiama Jackson. Non so il nome, però. É nella mia classe di letteratura», spiegò Jenny, quando le lanciarono sguardi confusi. Non aveva idea del perchè li stesse aiutando. Dopotutto, conoscere Taylor Crow non era un motivo valido per affossare una ragazza che era stata così gentile ed educata, con lei. Ma Janet si stava solo prendendo in giro. Non era certo per questo che lo faceva, ma perchè non sapeva come scampare alla situazione in cui ormai era intrappolata da anni.
«Perfetto, J. A maggior ragione sarai tu ad occupartene».
«Domani ho un’ora libera…».
«É deciso, allora. Domani sapremo come sconfiggere la stronza».

Allie si svegliò sussultando. Come sempre, dopo quell’incubo, aveva la gola secca e sudava freddo. Aveva sicuramente gridato nel sonno, di nuovo.
Quegli incubi le facevano visita ogni notte da mesi, ormai. Non riusciva a liberarsene, e in un certo senso non voleva farlo. Era l’unico modo che aveva per sentire ancora la voce di sua sorella. Perchè lei non sarebbe tornata mai più.
Allie era stanca di girarsi e rigirarsi nel letto senza riuscire a prendere sonno, così si avvolse nella vestaglia e si alzò. Si avvicinò alla finestra e solo allora si accorse che il tempo, fuori, faceva spavento. Tuonava, diluviava e il cielo era inverosimilmente cupo.
La solita nebbia, inoltre, donava a quello scenario un aspetto quasi spettrale.
Alice non poté fare a meno di pensare ad Annie. Sua sorella sarebbe stata terrorizzata da quel clima tetro. Quando c’era un temporale Annie la svegliava urlando dalla paura. Allie le faceva compagnia fin quando non smetteva di tremare e si riaddormentava. Negli ultimi tempi, però, anche se fingeva di non aver più paura, Allie le si sdraiava comunque accanto finché non chiudeva occhio.
Ma forse era lei ad averne più bisogno.
Un rumore la distrasse e la distolse dai suoi pensieri. Dietro di lei c’era Nadia, appena entrata in stanza.
«Allie, già in piedi?».
«Alice. Solo Alice, ora, lo sai». Fece una pausa, riportando lo sguardo fuori dalla finestra. «Non riuscivo a dormire».
«Tuoni?».
«Incubi. Tu, piuttosto? Non ti svegli neanche con i cannoni», le fece presente Allie, pensando che negli ultimi mesi le sue urla non l’avevano mai disturbata – aveva controllato.
«Questi tuoni sono così forti! Sembrano proiettili». Nadia la affiancò. «Vuoi che ti prepari qualcosa da bere? Una cioccolata calda, magari?».
Allie scosse la testa.
«Ieri non ti ho sentito rientrare, sei stata fuori tutto il giorno?», le chiese. Nadia era qualcosa di più vicino ad una figura materna che Allie avesse mai avuto, ma non si era mai veramente comportata come tale – almeno dopo i dieci anni. Le cose cambiarono quando… Mesi prima.
Ora Nadia non la lasciava uscire senza che le avesse detto dove aveva intenzione di andare, e non andava a dormire se non si assicurava che Allie fosse nel suo letto.
A lei, però, la situazione non dispiaceva. «Sono andata in biblioteca dopo scuola».
«Tu. In biblioteca. Tutto il giorno». Il suo tono non era indice di tanta convinzione. Quando Allie scrollò le spalle, cambiò argomento. Dopo diciotto anni aveva imparato quando non era il caso di fare domande. «Allora, com’è andato il primo giorno?».
«Regolare».
«Hai conosciuto qualcuno di interessante?».
Allie non staccò lo sguardo dall’orizzonte. «Sì, certo. Ieri ho trovato l’uomo dei miei sogni. Si chiama Ted. È alto, affascinante, ha uno sguardo profondo e ha una vita per niente incasinata. Tutto ciò di cui ho bisogno in questo momento», disse con un’ironia amara.
Nadia esitò un momento. «Dici sul serio?».
«Per carità! Non mi avvicinerei mai a meno di cinquanta metri da chiunque si chiami Ted. É un nome inquietante e sa di serial killer».
«Alice, devi ricominciare ad avvicinarti a qualcuno». Alice riconobbe quel tono all’istante. Era il solito tono da ultimatum di Nadia. “Mangia la minestra, Allie, o vai a letto senza cena”, “Se dopo vuoi giocare, metti a posto la stanza”, “Lascia in pace il cane del vicino o niente favole, stasera”. «La vita solitaria é triste e per niente soddisfacente», continuò.
«Ma io non voglio conoscere nessuno. Voglio solo fare quello che mi riesce meglio da qualche mese a questa parte: digrignare i denti e ringhiare a chiunque cerchi di parlarmi».
«Ma tu non sei così, non lo sei mai stata».
«Be’, ora sono così, e nessuno potrà cambiarlo. Perché nessuno mi amerà mai. Non ora».
«Temi che nessuno possa più amarti a causa dei tuoi…?».
«Non lo temo, ne sono certa», Allie la interruppe.
«É semplicemente assurdo. É solo una parte di te, saranno in grado di accettarla!».
«No, tu lo accetti, perché mi conosci da quando sono venuta al mondo. Nessun altro lo farebbe mai».
«Questo non puoi dirlo con certezza. In questo modo ti limiti, ti precludi delle esperienze irripetibili, te ne rendi conto?». Il tono di Nadia ora era addolorato.
Allie scosse la testa. «Non completamente. Oggi, ad esempio, ho provato una nuova sensazione. A scuola ho difeso una ragazza che degli stronzi stavano mettendo in difficoltà. É stato… interessante. Vedere le loro facce incredule, le loro bocche aprirsi sconvolte… Impareggiabile». Un sorriso malizioso si disegnò sul suo volto stanco.
«Non avrai mica…».
«No, tranquilla. Sono stata prudente. Ma é stato davvero spassoso».
«Alice, devi stare attenta…».
«Lo so, non c’è da preoccuparsi. Te l’assicuro».
Allie non voleva continuare il discorso e Nadia lo comprese di nuovo all’istante. Dopo sua sorella, era la persona che la capiva maggiormente.
Ora, l’unica persona in assoluto.
«Ricordo quando Annie era terrorizzata dai temporali più lievi», continuò dopo qualche minuto.
Alice si irrigidì, sentiva ogni muscolo del suo corpo paralizzato. Non era ancora abituata a sentir parlare di Annie al passato. Quando ci pensava soltanto, lo stomaco le si torceva dentro e dei terribili mal di testa la affliggevano per ore.
Non sapeva se l’avrebbe mai superata, e non voleva nemmeno farlo, ma doveva almeno tentare di parlarne.
«Ci stavo pensando poco fa», rispose.
«Anche tu eri terrorizzata dai tuoni, sai? Forse non lo ricordi, ma fino agli otto anni ti ho dovuto cullare per tranquillizzarti durante un temporale».
Allie soffocò una risata isterica. «Julie non era in grado di fare neanche questo? O la sua specialità includeva solo l’omicidio?».
«Non parlare così di tua madre». Ora sì che sembrava un vero e proprio genitore.
«E perché? É morta, non può negarlo. E se ha proprio da ridire può tornare dal regno dei morti e dirmelo lei stessa».
«Allie…».
Alice si strinse nella vestaglia, sguardo sempre fisso al di là della finestra. «Ora vorrei quella cioccolata calda».
Nadia abbassò il volto, addolorata, e sospirò sommessamente. Uscì dalla stanza cercando disperatamente un modo per aiutare Allie. Non avrebbe mai smesso di provarci.
Alice, invece, rimase a guardare la pioggia che cadeva giù fitta, trasformandosi in grandine e poi di nuovo pioggia, chiedendosi se Annie, da qualche parte lassù, stesse vegliando su di lei.

«Dobbiamo cercarla. Sono già passati sei mesi».
«Sappiamo già dov’è, l’hai dimenticato?».
«Allora perché non l’abbiamo ancora presa?».
«Non è un oggetto che puoi utilizzare a tuo piacimento, Xor. È una ragazza».
«Dovrebbe essere qui con tutti noi».
«Lei è diversa. Non è stata addestrata».
«Neanche noi lo eravamo prima che ci strappaste dalle nostre famiglie come cavie da laboratorio».
«Cos’è, quello che avverto nella tua voce, risentimento?».
«Io…».
«Ottima decisione».
«Voglio solo sapere perché sarebbe così diversa da noi».
«È forte, pù di chiunque altro di voi sia mai stato. Ed è sola. Il lutto è qualcosa di imprevedibile. Distrugge le persone, o, nel minore dei casi, le rende più forti».
«Stai dicendo che lei è uno di quei casi? Che il lutto la farà diventare invincibile? Lo è già, a sentire voi, o sbaglio?».
«Potrebbe esserlo. C’è differenza».
«Ma… potrebbe comunque involontariamente creare un disastro! Non sa ancora come funzionano…».
«Lo sta imparando. L’ho visto. Xor, fidati di me, ok? Quando sarà pronta ad unirsi a noi, sarai il primo a saperlo. Ora non è conveniente avvicinarsi a lei. Se l’avessi osservata attentamente, sapresti il perché».
«C’è un’altra cosa che vorrei chiederti».
«Avanti, allora, non essere timido».
«Voglio essere io a portarla qui. Voglio essere io a rapire Alice Jackson».

 

Copyright © 2015 I Racconti di Sam – Tutti i diritti riservati.

Se volete restare sempre aggiornati sulle mie storie cliccate “mi piace” QUI !

CAPITOLO 1 –> Oblivium – 1. Buongiorno Upper East Side
CAPITOLO 3 –> Oblivium – 3. Identità svelate

Comments

comments

Oblivium, Racconto a puntate

Informazioni su Sam

Gli amici mi chiamano Sam, ho 20 anni e sono un'appassionata di scrittura e lettura, nonché telefilm addicted. Credo fermamente nel potere catartico di tutti i tipi di arte e anelo ardentemente ad un mondo più fantasioso e meno cinico. A volte sono un po' folle. Ritenevo giusto che lo sapeste.

2 thoughts on “Oblivium – 2. Il ritorno di Alice

  1. Oddiiooooo!!!
    -misa a rapporto xD
    Ma come caaaavolo fai a scrivere meraviglie del genere??? *-* questo capitolo l’ho letteralmente divorato, lascio il terzo a domani solo perché sono stanca morta xD lasciatelo dire, scrivi dei dialoghi in un modo fantastico che ti invidio parecchio! E Jenny mi ricorda vagamente me, quindi non posso fare a meno di apprezzarla :’) comunque ora sono curiosisssssima di sapere cosa diamine ha “combinato” Allie e chi la vuole rapire *-*
    Complimenti <3

    • Sam il said:

      Ti ringrazio tanto per i complimenti!!
      Io AMO i dialoghi, il mio sogno è la sceneggiatura**
      Comunque se ti piace il personaggio di Janet, più andrai avanti e più la amerai! E poi l’ho creata un po’ a modello di noi fangirl/nerd/sfigate senza una vita sociale perché troppo chiuse nel loro mondo ideale xD
      Sono contentissima che ti sia piaciuto <3