Oblivium – 4. Segreti e bugie

CAPITOLO 1 –> Oblivium – 1. Buongiorno Upper East Side
CAPITOLO 2 –> Oblivium – 2. Il ritorno di Alice
CAPITOLO 3 –> Oblivium – 3. Identità svelate

Se volete restare sempre aggiornati sulle mie storie cliccate “mi piace” QUI !
Recensione del terzo capitolo QUI.

Rieccomi con un nuovissimo capitolo! Vi svelo solo una cosa e poi vi lascio leggere in pace: la vera storia di Alice inizia in questo capitolo, quindi reggetevi forte. Sarà un viaggio movimentato!

tumblr_m00e7am4Vc1qjt9mco2_500(Capitela, vi prego!)

Ed ecco i nuovi personaggi:

XOR

Vi presento Xor Kramer, nuovo arrivato nella vita di Alice. In realtà già lo conoscete, è apparso un paio di volte nei capitoli precedenti, ma di lui si sa ancora molto poco. In questo capitolo avrà un ruolo notevole, così come nei successivi, in quanto inizierà ad avvicinare Alice alla sua vera natura.
Purtroppo per raccontarvi di Xor dovrei spoilerare troppe cose riguardo alla nostra protagonista, perciò accontentavi di questa anticipazione e ditemi se la scelta di questo attore è di vostro gradimento!
Lo riconoscete tutti, vero?
Se la risposta è “no”, siete tutti babbani!

ZAFIRA

Zafira Winter è l’affascinante e misteriosa donna con cui vediamo discorrere Xor nel corso di questi capitoli. In “Segreti e bugie” avremo un primo incontro ravvicinato con questo personaggio enigmatico, per poi conoscerlo meglio nel capitolo successivo. Alice stessa farà fatica a comprendere le sue intenzioni, e come darle torto? Ha uno sguardo decisamente criptico, la nostra Zafira, specialmente se la immaginiamo come la fatale attrice Eva Green. L’ho scelta proprio per questa sua caratteristica unica.
A me incanta in ogni pellicola, e a voi?

4. Segreti e Bugie

«E cosa vorrebbe dire?».
«Esattamente quello che ho detto».
«Non capisco… Perché questo comportamento diverso? Perché Alice Jackson non potrà essere rapita?».
«Basta domande, Xor. Alice Jackson dovrà unirsi a noi volontariamente. E, poi, dubito fortemente che si lascerà rapire». Accennò un sorriso.
«Lascia comunque che me ne occupi io».
«Perché è così importante per te?».
«Io voglio… voglio solo conoscerla. Hai detto che è una situazione particolare, che lei é speciale. Diversa. Voglio scoprire perché. E voglio scoprirlo da me. Per favore».
Accavallò elegantemente le gambe, lanciandogli uno sguardo curioso. «Cos’hai in mente?».

La pioggia toccava terra con tale intensità da provocare un fastidioso e incalzante frastuono.
Alice fissava quegli occhi blu senza riuscire a trovarvi alcuna emozione, ma era sicura che quel ragazzo si stesse prendendo gioco di lei. Allie non aveva amici, non più almeno, e non aveva intenzione di farsene di nuovi. La vita era già abbastanza difficile senza pesi morti di cui doversi preoccupare.
«Non mi pare di averti mai visto, amico. Comunque, davvero un curioso look, complimenti. A chi ti ispiri, Billy Idol? Oppure… no, aspetta, guarda che hai sbagliato luogo, il ritrovo dei fans di Buffy l’ammazzavampiri è nella città accanto. E, se posso dirti la verità, non credo che Spike sarebbe particolarmente contento di questo tuo travestimento. Fossi in te, starei attenta ad un’improvvisa resurrezione. Temo che non ci andrà leggero», gli disse alzando leggermente il tono di voce. Era difficile riuscire a farsi capire con quel baccano. Senza contare che era anche piuttosto complicato vedere forme nitide essendo costretta a sbattere continuamente le palpebre per liberarle dall’acqua.
«Resurrezione?», fece lui. «Non dirmi che Spike alla fine… Mi hai spoilerato la morte del mio personaggio preferito?». Ora era decisamente contrariato.
Alice lo trovò interessante, se non altro. «Hai tutta la mia attenzione. Ma ti avverto, sono team Bangel».
«Dicevo, mi chiamo Xor. Xor Krämer».
«Oh, è anche peggio!», esclamò con sarcasmo, ma la battuta non sembrò colpirlo più di tanto. Sul suo volto apparve un sorriso a dir poco inquietante.
«E so chi sei, Alice Jackson».
Allie era incredula e tremendamente irritata. «Hai letto anche tu il mio fascicolo? Cosa siete, in questa città, impiegati della CIA? Povero James Bond, sarà disoccupato, a quest’ora».
«Ti sei immedesimata un po’ troppo nel personaggio, non credi?».
Allie alzò le mani, in segno di finte scuse, e roteò gli occhi, scocciata. Ma era fiera di sé. L’aveva fatto irritare, finalmente. Amava far irritare le persone. Era più facile allontanarle.
«Se hai finito col sarcasmo, ascoltami, per favore».
«Be’, se lo chiedi per favore…». Incrociò le braccia al petto, con fare sostenuto.
Sulla sua bocca si disegnò di nuovo il sorriso di pochi secondi prima. «So chi sei, Alice», ripeté. «Tu sei come me».
«Qualunque cosa tu stia insinuando, hai scelto la persona sbagliata». Allie fece per voltarsi e andarsene, ma in quel preciso istante l’ambiente attorno a lei subì un mutamento decisamente inconsueto. Il cielo, sopra di lei, si schiarì velocemente – in modo surreale. La pioggia non cadeva più fitta come tanti piccoli, rumorosi missili, ma rarefatta. Era quasi piacevole.
«Ma che diavolo?». Allie diresse lo sguardo sopra di sé, confusa. Non era affatto possibile che fosse stato…
«Sono stato io», disse invece Xor, guadagnandosi uno sguardo incredulo. «Attingo agli elementi della natura. Posso praticamente fare tutto», sussurrò, lasciando Alice a chiedersi il motivo. Intorno a loro non c’era nessuno. «Scusa, Zafira. Ok, non proprio tutto».
Zafira?
Alice gli chiese con chi stesse parlando, ed era come se qualcosa in lei fosse improvvisamente cambiato. La ragazza scorbutica e perennemente irritata che impersonava ultimamente aveva lasciato il posto alla vecchia Allie, quella allegra, curiosa, affabile. Ma non era qualcosa di cui si era resa conto subito. Non l’aveva esattamente controllato.
«Questo problema lo affronteremo più tardi. Ora dimmi, Alice. Ti succede mai qualcosa di strano che non riesci a spiegarti ma sai che é parte di te, che ti appartiene da sempre, e sei abbastanza certa che non te ne libererai mai?».
Allie tornò immediatamente in sé. «Vuoi dire a parte la perfezione?». Lo sguardo nero di Xor la fece desistere all’istante. Dopotutto era inevitabile che prima o poi qualcuno l’avrebbe scoperta. «Ok, sì. Mi accade», confessò. «A volte. Quando voglio io, in realtà. Cioè, ho imparato a controllarlo, ormai. Pensavo… pensavo di essere l’unica», mormorò infine, avvertendo un senso di sollievo che aveva provato raramente, prima di quel momento.
«In un certo senso lo sei. Ma non sei sola. Ce ne sono altri simili a te, a noi. Non siamo tanti, ma siamo forti. Più forti del normale. Ci chiamano “Gli Ultimi”».

Ma che diavolo pensava di fare? Irrompere in questo modo nella sua vita dopo sei mesi d’inferno, dirle “Ciao, sono un sociopatico cronico dal nome inquietante e sono una specie di alieno, esattamente come te”, e pensare che gli avrebbe risposto “Ma dai! E io che pensavo di essere finita in X-men!”?
Assurdo. Tutta quella situazione era semplicemente assurda.
Alice pensava di star vivendo un incubo, presto si sarebbe svegliata, diceva a se stessa.
Ma da quando aveva mollato quel pagliaccio in mezzo alla strada urlandogli di non farsi più vedere se teneva alla sua strana pelle mutante, aveva una sensazione nello stomaco che non riusciva a spiegarsi. O meglio, non voleva farlo. Cercava di reprimere con tutta se stessa quella sensazione di conforto mista a speranza.
Per cosa, poi? Perchè un pazzo era piombato all’improvviso davanti a lei sottoforma di acqua piovana?
Eppure, Alice sapeva che quel ragazzo era stato del tutto sincero, con lei. Lo sapeva, nel più profondo della sua anima, come sapeva che ciò che le stava succedendo era solo uno stupido scherzo del destino. E si odiava, per questo.
Si odiava, perchè aveva ricevuto qualcosa di spettacolare, un dono che non si meritava affatto. Com’era possibile, una cosa del genere? Com’era possibile venire premiata per aver seminato solo sofferenza?
Aveva bisogno di pensare.
Alice doveva andarsene da Nottingate almeno per un pomeriggio.
Doveva tornare a casa sua.
No, cavolo, quel maledetto fascicolo!
Allie si stava già pentendo di essersi trasferita. Ricominciare da capo non era esattamente facile come aveva creduto che fosse. In realtà, non ci aveva neppure pensato. Aveva ingenuamente creduto che l’avrebbero lasciata in pace, che avrebbe continuato la sua misera vita sola, in disparte, senza troppe preoccupazioni. Ma era stata una stupida a sottovalutare la situazione. Insomma, davvero pensava che sarebbe stata libera dai pregiudizi e dal confronto con gli altri alunni, quando lei stessa, appena un anno prima, seminava il panico nei corridoi della sua scuola?
Negli ultimi sei mesi si era fermamente convinta di odiare il genere umano. Tutto ciò… che l’uomo tocca sfiorisce. Ogni cosa. Ed è sempre stato così. Dall’inizio dei tempi.
Perciò perchè provarci? Perchè provare a vivere, essere felici – o almeno tentare di esserlo – se tutto quello che ci aspetta è soltanto miseria, dolore e morte?
Gli uomini seminano malvagità, dipende solo da loro. Si può credere di incolpare qualcun’altro di più potente, di più grande del genere umano, ma la verità è che chi lo fa è solo un ingenuo codardo.
Alice pensava esattamente questo. E ne andava piuttosto fiera.
Ed ora, invece di prendersi una pausa dalla vita, doveva occuparsi della sua stupida cartella scolastica.
Sbuffò, mentre tornava indietro per raggiungere la scuola. Dietro di lei, i soliti passi sospetti erano spariti. Xor se n’era andato davvero. Forse per sempre.
Si diresse velocemente verso lo studio del preside, sentendosi più pesante del solito. Si era aggirata intorno a casa sua per un’ora senza mai riuscire ad entrare. Non era pronta ad affrontare Nadia.
Perciò quando il preside la fece entrare e la vide in quello stato – “zuppa dalla testa ai piedi” credo sia la descrizione più appropriata – tirò un breve urlo sorpreso.
«Signorina Jackson!», esclamò. «Cosa ci fa qui… completamente bagnata? Non sa che esistono gli ombrelli?». Si alzò per chiudere la porta alle spalle di Alice.
Lo ignorò. «Dobbiamo parlare».
«C’è qualcosa che non va?», domandò allarmato, sedendosi di nuovo dietro la sua scrivania. Il preside era un uomo basso, tarchiato; portava degli occhiali piccoli e tondi che evidenziavano ancora di più il volto paffuto, e aveva dei baffi decisamente di cattivo gusto. Diciamo che non era esattamente il tipo di preside che si spera di avere, ad esempio uno più simile a… al professor White.
«Sì. Il suo studio ha un problema di sicurezza». Alice si avvicinò, gocciolando sul pavimento. Sorrise quando scorse un guizzo di timore negli occhi dell’uomo. Pensò che doveva essere particolarmente inquietante, in quel momento.
«Si spieghi meglio», disse, drizzando la schiena sulla sedia.
«Il mio fascicolo. L’hanno rubato».
Il preside esitò. «È assolutamente impossibile», sussurrò chinandosi leggermente in avanti, come temesse che qualcuno potesse ascoltarlo. «Non potrei mai permettere una cosa simile. Devo tutelare la privacy degli studenti, è la legge».
«Mi scusi l’insolenza, preside, ma se Janet Williams è riuscita a farvela sotto il naso, credo che sia più che possibile».
«Cosa…? Janet Williams avrebbe…?», borbottò confuso.
«Lo so, lo so, non è da lei. Ma non è stata una sua idea. Sa, come tutte le scuole, avete anche un problema di bullismo, oltre che di sicurezza, ma ovviamente nessuno fa niente per sistemarlo. In effetti credo di essermi abbastanza stancata di farlo al posto vostro. Mi dimetterò presto dal ruolo di eroe, gliel’assicuro». Fece una pausa quando vide il volto dell’uomo leggermente contorto da smorfie di incomprensione. «Comunque, non è questo il problema. Il problema è che quel fascicolo deve sparire», scandì perfettamente.
Il preside si alzò in piedi, accigliato. «Senta, signorina Jackson, lei non ha idea di cosa sta parlando. Le assicuro che il suo fascicolo è riposto al sicuro nella cassettiera con tanto di lucchetto».
«Ma davvero? E questo cos’è, allora?». Gli sventolò il suo fascicolo davanti al naso. L’aveva preso dalla borsa di Janet quando le aveva urlato contro, quella mattina –ovviamente senza che lei lo notasse.
«Non è possibile», mormorò sbalordito.
«Oh, lo è, invece». Alice sbuffò. Quell’uomo la stava irritando. «Sto solo perdendo tempo», mormorò tra sè.
«Me lo dia». Il preside allungò una mano, ma Alice ritrasse in fretta la cartella.
«Non esiste». Scosse la testa, risoluta. «Ora le dirò cosa succederà: io farò sparire questo fascicolo e lei non farà un fiato, anzi, se qualcuno lo cercherà, dirà che non è consultabile. È chiaro? Non consultabile. Mai. Da qui alla fine dei tempi», continuò a scandire le parole. «Annuisca se mi capisce».
L’uomo dietro la scrivania, come fosse stato ipnotizzato, annuì all’istante, confuso. Cosa le stava facendo quella ragazza? Sentiva uno strano mal di testa.
«Perfetto». Alice sorrise e si voltò, ma prima di uscire lanciò un ultimo sguardo al preside. «Signor preside, mi scusi tanto, avrei bisogno di vedere il mio fascicolo un momento».
«Signorina Jackson! È completamente zuppa!», si lamentò ancora, come fosse la prima volta. «E cosa deve farci con il suo fascicolo? Non è consultabile, non posso mostrarglielo. Ora vada ad asciugarsi», sentenziò, chiudendo Alice fuori dallo studio, che si ritrovò a sorridere, soddisfatta.

Alice ricordava perfettamente il giorno in cui aveva acquisito i suoi poteri – o meglio, il giorno in cui i poteri si erano manifestati. Accadde quando Annie e sua madre… Il giorno del suo compleanno. Quando scoccò la mezzanotte iniziò ad avvertire un forte mal di testa, più forte di qualunque dolore mai avuto. In principio pensò fosse dovuto alla situazione. Insomma, le avevano appena comunicato che aveva perso la sua famiglia, era normale provare un certo tipo di dolore. Ma capì che si trattava di qualcosa di diverso quando iniziò ad avvertire strane sensazioni. Sensazioni che non le appartenevano. Era questa, scoprì, la causa della fitta lancinante alle tempie, perché non appena Nadia la portò a casa, il dolore si alleviò – almeno quello fisico. In realtà, Nadia fu costretta ad accompagnarla immediatamente a casa, perché all’improvviso, alla stazione di polizia dove le avevano portate, gli oggetti avevano cominciato a volare senza alcun motivo spiegabile razionalmente.
Solo successivamente capirono cosa era accaduto, nonostante sembrasse decisamente assurdo. A quanto pareva, era Alice la responsabile di tutto ciò. Il mal di testa, dovuto alle troppe emozioni avvertite intorno a lei, l’aveva fatta impazzire fino a manifestare la telecinesi.
Oh, sì. Dal suo diciottesimo compleanno Alice era empatica, poteva modificare la memoria a breve termine di chiunque, ed era telecinetica.
Così aveva preso al volo gli occhiali di Janet il primo giorno di scuola e le aveva rubato il fascicolo il secondo; così aveva indotto il preside a far sparire la sua cartella; così aveva intenzione di continuare ad operare affinché tutto andasse per il verso giusto. A suo piacimento.
Non troppo però. In tutto ciò, c’era solo una piccola, insignificante controindicazione: se avesse usufruito dei poteri troppo intensamente in un periodo ristretto di tempo, avrebbero anche potuto ucciderla.
Come faceva a saperlo? Il giorno dopo la scomparsa di Julie ed Annie, Alice era disperata, in preda al panico. Passò l’intera giornata a distruggere la camera della madre, dopo aver cacciato Nadia di casa. Sì, era leggermente impazzita.
Così, frugando nella sua roba trovò una serie di diari. Erano sistemati in ordine crescente, dal suo anno di nascita. Alice non riuscì a leggerli tutti – anzi, non volle farlo per principio, non le importava delle menzogne scritte dalla madre –, ma trovò presto qualcosa di interessante. Notò istantaneamente che mancava quello dell’anno corrente, così mise a soqquadro l’intera stanza, rovistando ovunque, finchè non avvertì qualcosa di strano. Una sensazione.
C’era qualcosa che non riusciva a vedere, qualcosa di nascosto che la attirava nella sua direzione. Alice seguì quella sensazione fino al quadro che ritraeva lei ed Annie – un ritratto commissionato dalla madre anni prima che Allie odiava –, dietro il quale trovò una piccola cassaforte. Ovviamente non aveva idea di quale potesse essere la combinazione, si potrebbe dire che non conosceva affatto la madre. Ma un pensiero particolare la sfiorò, e non per opera dei suoi poteri.
Digitò la propria data di nascita e la serratura scattò, aprendo all’istante la cassaforte.
Allie lo immaginava, e odiava sua madre, per questo – tra le tante cose. Aveva sempre amato lei più di sua sorella, lei che non lo meritava affatto. Alice aveva sempre tutto ciò che desiderava, nonostante Julie non la degnasse di uno sguardo, non le faceva mancare mai niente. Mentre trascurava Annie, a volte fingendo addirittura che non esistesse.
Allie sapeva che sua madre odiava Annie per via del padre, ma Julie dava la colpa a lei quando l’unica a dover biasimare era se stessa. Ma no, lei era troppo orgogliosa e narcisista per farlo – Alice la odiava anche perchè aveva ereditato da lei certi aspetti del suo carattere.
La cassaforte conteneva solo un piccolo quaderno, che Alice scoprì essere il diario mancante. Quello che trovò al suo interno bastò a calmarla per un paio di giorni – in realtà non era affatto calma, ma non riuscì comunque a proferir parola per quarantotto ore.
Rimase a dir poco scioccata da ciò che lesse in quel diario, comprendendo assolutamente il motivo di quell’azzardata misura di sicurezza. Provò anche in quel caso uno strano senso di sollievo, ma solo perchè capì che forse non era pazza – e tantomeno un alieno di Visitors.
«Ci siamo», diceva la prima pagina del diario. «Oggi è il primo giorno del nuovo anno, anno in cui Alice potrebbe acquisire il dono».
“Il dono” lo chiamava Julie. Alice non lo sentiva affatto tale.
Continuò a leggere finchè arrivò a due giorni prima del suo compleanno, dove Julie spiegava che probabilmente le facoltà si sarebbero presentate al compimento dei diciotto anni. Qualche pagina dopo, lesse che il dono si era già manifestato nella bisnonna di sua nonna, e non si sapeva di cosa si trattasse, né se potesse essere ereditario. Ma poteva essere mortale, se non controllato adeguatamente. Ogni erede della famiglia, infatti, conosceva il segreto, ma nessuno di loro aveva più acquisito i poteri. Julie temeva per sua figlia e voleva parlargliene il giorno prima del suo compleanno, così sarebbe stata pronta se fosse successo qualcosa.
«Devo assolutamente parlarle. Stanotte».
Quella era l’ultima frase che il diario conteneva.
Alice si sentiva leggermente spaesata.
L’incidente era solo colpa sua, allora. Se avesse accettato di restare a casa come le avea chiesto Julie, forse lei non sarebbe andata dal suo editore per correggere le bozze del libro, e lei ed Annie sarebbero sopravvissute.
Matt aveva ragione. Per una volta Julie voleva comportarsi da madre, e Alice l’aveva totalmente ignorata.
E, a proposito di Matt, dopo quella serata la chiamò infinite volte, ma Alice non gli rispose mai. Anche le sue migliori amiche la cercarono, ma quando Allie urlò loro contro che la frequentavano solo per il suo status sociale e i suoi soldi, smisero di cercarla, troppo deluse da lei.
Perciò no, Alice non pensava che il suo fosse un dono, ma solo un’enorme beffa dell’universo, per la quale sarebbe morta da sola. Giovane e sola.
Anche per questo Nottingate le sembrò la scelta migliore. Una minuscola cittadina dove pensava di non riscontrare troppe difficoltà. In realtà, però, non aveva nemmeno idea che esistesse. L’aveva scoperta dopo aver letto una frase piuttosto vaga su un diario della madre.
«Ne hanno trovato un altro. A Nottingate».
Alice non aveva idea di come Julie potesse sapere una cosa del genere, ma era piuttosto certa che si riferisse alle sue facoltà, e che a Nottingate avrebbe trovato la risposta alle sue domande. Dopotutto, a New York non aveva nessuno. Non più. Ogni membro della sua famiglia era morto o scomparso. Non sarebbe stato certo un problema, un trasferimento, pensava.
Fin quando non incontrò Janet e i quattro ridicoli scagnozzi. Non erano un reale problema, in realtà, ma solo un’enorme scocciatura. Alice avrebbe tanto voluto compiere la sua ricerca in santa pace, invece doveva combattere con la feccia dell’umanità perchè era convinta di dover espiare i propri peccati passati. Dopotutto non si era comportata così anche lei nei quattro anni che aveva trascorso a New York? Se ne era resa conto solo grazie a Matt e ad Annie, le uniche persone che aveva e che avrebbe mai amato.
«Alice».
Allie rizzò le orecchie e sollevò lo sguardo. Chi diavolo aveva parlato?
«Nadia? Nadia, sei tu?», la chiamò, sembrandole una voce femminile, ma non giunse alcuna risposta. Poi ricordò. Nadia non era in casa, era uscita mezz’ora prima a fare la spesa. «Chi ha parlato?», chiese ancora, cercando in ogni stanza. Chiunque si fosse introdotto in casa sua se ne sarebbe pentito amaramente.
«Zafira», rispose la voce melliflua. Alice non capiva. La stessa Zafira di cui parlava Xor? «E non mi troverai in casa tua».
«Cosa…?».
«Sono nella tua testa, Allie».
«Non chiamarmi così», disse dura, prima di rendersi conto del significato di quella frase. «E cosa vuol dire “nella mia testa”?», domandò irritata, senza smettere di girare tutta la casa.
«Vuol dire che ti parlo tramite telepatia», rispose con tanta calma che inizialmente Alice pensò fosse pazza. Quando capì che era possibile esattamente come erano possibili i suoi poteri, si calmò. Inoltre ricordò ciò che era successo poche ore fa. Durante l’incontro con Xor, lui aveva nominato una certa Zafira. Anche con lui stava forse parlando… tramite telepatia?
Si fermò all’istante. «Cosa vuoi da me? Cosa volete tutti quanti da me? Voglio solo essere lasciata in pace».
«Hai ragione, Alice. Infatti volevo scusarmi per il comportamento di Xor. Lui è così impulsivo… Mi dispiace davvero». C’era sincerità, nella sua voce, ma anche qualcos’altro… Alice non riusciva a capire cosa. «L’altro motivo per cui ti ho contattato è per chiederti un incontro. Solo io e te».
Allie non poteva crederci. Avevano tutti un secondo fine, nessuno escluso.
«E per quale motivo vorresti incontrarmi? Te l’ho detto, io voglio solo…».
«Essere lasciata in pace, lo so. E ti prometto che se dopo avermi incontrato sarai ancora della tua idea, non avrai più alcuna notizia di noi. Ma prima di decidere devi conoscere il tuo vero mondo, i tuoi compagni, i tuoi poteri…».
«Io non li voglio, i poteri. Voglio solo una vita normale, senza complicazioni. Ne ho avute anche troppe, e ho solo diciotto anni», sussurrò, addolorata. Ma un istante dopo il dolore sparì e tornò la freddezza di sempre, come da lei deciso.
«Ma perchè non dovresti? Puoi usarli a tuo piacimento – ci sono delle regole, certo, come in ogni civiltà che si rispetti, ma non puoi non volerli… Ci sono stati donati».
Alice sbuffò, scocciata. «Basta con questa storia, per favore. Io non li voglio e basta. Ho le mie ragioni».
«E se ti dicessi che c’è un modo per toglierli? Accetteresti di vedermi?».
Allie esitò. Non le credeva, ma provare non costava niente. Non avrebbe perso nulla, anche incontrando questa Zafira. Il suo nome era decisamente inquietante, ma lei sapeva difendersi. L’aveva sempre fatto, anche prima di ricevere i poteri.
In quell’istante una specie di vortice di vento apparve davanti ai suoi occhi e una figura si compose di fronte a lei.
Quella figura era Xor.
«Come sei entrato?», domandò sconvolta. Odiava non avere privacy. Voci nella testa, intrusi in casa…
«Mi sono fuso con la porta. È di legno», spiegò vagamente. «Volevo scusarmi per prima. Sono stato troppo… be’, me stesso, e ti ho spaventata. Per di più ho irritato Zafira, e, fidati, non vorresti mai…».
«Verrò con te», disse Alice.
«…vederla irritata. Cosa?».
«Verrò con te. Conoscerò Zafira. Adesso».

 

 

CAPITOLO 1 –> Oblivium – 1. Buongiorno Upper East Side
CAPITOLO 2 –> Oblivium – 2. Il ritorno di Alice
CAPITOLO 3 –> Oblivium – 3. Identità svelate

Se volete restare sempre aggiornati sulle mie storie cliccate “mi piace” QUI !
Recensione del terzo capitolo QUI.

Copyright © 2015 I Racconti di Sam – Tutti i diritti riservati.

Comments

comments

Oblivium, Racconto a puntate

Informazioni su Sam

Gli amici mi chiamano Sam, ho 20 anni e sono un'appassionata di scrittura e lettura, nonché telefilm addicted. Credo fermamente nel potere catartico di tutti i tipi di arte e anelo ardentemente ad un mondo più fantasioso e meno cinico. A volte sono un po' folle. Ritenevo giusto che lo sapeste.

Precedente Oblivium – 3. Identità svelate