Oblivium – 3. Identità svelate

CAPITOLO 1 –> Oblivium – 1. Buongiorno Upper East Side
CAPITOLO 2 –> Oblivium – 2. Il ritorno di Alice

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Recensione del secondo capitolo QUI.

Buonasera (quasi buonanotte ormai) a tutti!
Siamo già al terzo capitolo di Oblivium, non ci credo! Vi sta piacendo la mia nuova storia?
Se la risposta è sì, qui trovate il terzo capitolo!
Questa volta c’è un solo nuovo personaggio aggiunto al cast, e sono sicurissima che ne andrete pazzi!
Commentate, commentate, commentate ❤

GABRIEL

Gabriel White è l’insegnante di letteratura più amato del liceo di Nottingate, la nuova casa della nostra protagonista, ed è interpretato dall’affascinante e bellissimo Ian Somerhalder (sì, è davvero così che immagino l’insegnante perfetto, voi no?).
Il professor White avrà un ruolo importantissimo nella nuova vita di Alice. Si può dire che sarà fondamentale per aiutarla ad intraprendere questo nuovo percorso in cui Allie pensa di essere completamente sola. Presto, invece, scoprirà in Gabriel White un sincero e valido amico.

3. Identità svelate

Dire che la giornata era iniziata male è un eufemismo. Janet fu svegliata da un tuono di frequenze disumane – neanche fosse dicembre. Quando mise il naso fuori casa si chiese se non fosse finita in una dimensione parallela, magari in “Twilight”. Era quasi certa di essere stata catapultata a Forks nell’arco di una notte. Dopotutto, com’è che veniva definita? “Insignificante agglomerato urbano che registra in un anno il più alto numero di giorni piovosi di tutti gli Stati Uniti.”
Nottingate.
Oltrepassò il cancello di scuola con passo furtivo, quasi si aspettasse di incontrare Edward Cullen o uno dei suoi fratelli – aveva sempre avuto una cotta per Jasper – ma di loro neanche l’ombra.
Entrò nell’edificio, delusa, guadagnandosi una miriade di sguardi tra lo scioccato e il divertito. Si chiese quale fosse il problema e si osservò un istante. Cosa aveva di tanto male il suo impermeabile giallo canarino? Scrollò le spalle e avanzò di qualche passo, pensando ad Emma e Monroe. Loro avrebbero sicuramente indossato cappotti alla moda, cappelli alla moda, perfino ombrelli alla moda. Ma lei non si sarebbe mai uniformata alla massa. Aveva sempre amato quell’impermeabile, e nessuno le avrebbe mai fatto cambiare idea. Neanche Taylor Crow.
Ma forse, pensandoci bene, sarebbe stato meglio nasconderlo quando, più tardi, l’avrebbe conosciuto…
Sempre se l’avrebbe fatto. Non ne era ancora certa. Aveva trascorso tutto il pomeriggio precedente a riflettere su cosa avrebbe potuto dirle e cosa lei avrebbe dovuto rispondergli. Sempre se la conversazione sarebbe stata abbastanza lunga. E ci sarebbe stata, una vera conversazione? Janet non sarebbe mai stata in grado di sostenerla, non aveva dubbi in proposito. La scena sarebbe andata all’incirca così: Taylor si sarebbe presentato, probabilmente dandole la mano, lei l’avrebbe stretta, fissando i suoi profondi occhi azzurri, e a quel punto sarebbe andata in tilt e avrebbe improvvisamente dimenticato il suo nome, le sarebbe salito un groppo in gola impossibile da sciogliere e sarebbe rimasta immobile come una statua di cera a morire per la sua incredibile bellezza. Infine qualcuno avrebbe dovuto operare un massaggio cardiaco per risvegliarla, perché il trance momentaneo sarebbe diventato presto un attacco di cuore, e Taylor l’avrebbe definitivamente presa per un’idiota. O per una persona malata. O per un’idiota malata.
Scosse la testa, muovendosi distrattamente verso il suo armadietto, quando all’improvviso urtò qualcosa, o meglio, qualcuno. Dei libri caddero a terra con un tonfo, e quando Janet alzò lo sguardo incontrò quello del proprietario. La ragazza nuova, Sconosciuta Jackson, la fissava con degli occhi neri che non aveva mai visto neanche sul volto dei suoi più grandi nemici. Si paralizzò all’istante, e si sorprese ad essere impaurita da lei. Non sapeva come riusciva a farlo, ma il suo sguardo incuteva un certo terrore. Dopo averla fissata, una volta certa di averla terrorizzata, pensò Janet, si chinò a raccogliere i suoi libri, senza proferir parola. Jenny pensò che quello era il momento giusto per iniziare una conversazione. Doveva riuscire a scoprire il suo nome per trovare il suo fascicolo, ma voleva anche conoscerla. Non solo perchè l’aveva difesa e perchè la affascinava; quella ragazza aveva qualcosa di curioso, e la curiosità di Jenny rasentava la morbosità.
Si chinò dopo di lei e la aiutò a raccogliere i suoi libri. Quando se ne accorse le lanciò uno sguardo confuso e meravigliato, senza mai rinunciare a quell’aria inquietante da serial killer. Janet cercò di non fisarla negli occhi scuri per non iniziare a tremare, e focalizzò tutta la sua attenzione sui volumi a terra.
«Scusami tanto, sono una stupida maldestra! Non era mia intenzione, davvero». Janet le restituì i libri cercando di sorriderle, ma lei continuava a fissarla con quello sguardo indecifrabile e spaventoso. Si chiese se sorrideva mai. «Sono Janet, comunque».
La linea dritta delle sue labbra serrate si ammorbidì. «Lo so».
Jenny rimase un istante inderdetta, poi si rimise in piedi, dopo di lei.
«Sta’ più attenta, la prossima volta. Guardare dove cammini potrebbe aiutare». Dopodichè si voltò e scomparve in mezzo alla folla. Un momento dopo, Janet riprese pieno possesso delle sue facoltà mentali e si diresse verso il suo armadietto, dove ripose il suo impermeabile. Mentre prendeva i suoi libri si interrogava sulla scena appena vissuta. Arrivò alla conclusione che non capiva affatto quella ragazza. Per quale motivo l’avrebbe difesa, il giorno prima, se poi l’aveva trattata in quel modo? Quello era un comportamento da Emma, Monroe o gli altri, ma non da una come lei…
Ma poi Janet si rese conto che non la conosceva affatto. Insomma, poteva davvero essere una serial killer, o magari aveva un debole per le cause perse come lei e si divertiva a fare l’eroina per poi distruggerle lei stessa. Per quanto ne sapeva, poteva essere chiunque.
Ma chi era veramente, quella sconosciuta?

Janet era disperata. Erano già passate tre ore, non aveva ancora un nome, ed entro la giornata doveva assolutamente scoprire il passato di quella ragazza. Avrebbe dovuto accontentarsi del cognome; i ragazzi l’avevano già placcata nei corridoi per incitarla a sbrigarsi, minacciandola di non farle conoscere Taylor. Jenny, a dire il vero, non era ancora troppo entusiasta all’idea – al solo pensiero le tremavano le gambe – ma anche se quell’opportunità non ci fosse stata, probabilmente avrebbe comunque obbedito agli ordini di quei quattro. Dopotutto, erano le uniche persone che le avevano mai parlato – dopo che il suo unico amico era stato costretto a cambiare scuola, e quindi città. Lui non era mai stato un tipo forte, non era mai riuscito a tenere testa a certe persone, e in una piccola città non puoi esattamente nasconderti, così alla fine decise di mollare tutto. Andarsene gli sembrò la scelta migliore, era continuamente vittima di bullismo e nessuno muoveva un dito per aiutarlo. Janet ci aveva provato, ma avevano iniziato a prendersela anche con lei.
Anche per questo se n’era andato. Disse che sarebbe stato meglio per tutti.
Janet, all’epoca, poteva già considerarsi la tirapiedi di Emma, Monroe e gli altri. Sapeva che lui non era d’accordo, ma era il solo modo per sopravvivere lì dentro. E da quando aveva iniziato a frequentarli più spesso, nessuno si azzardava più a toccarla.
A parte loro.
Dopo la lezione di matematica, Janet si diresse, risoluta, verso lo studio del preside Moore. Quando, però, si accorse di aver assunto un passo abbastanza sicuro e veloce da rischiare sospetti, rallentò. Non era mai stata tanto terrorizzata. Non si era mai intrufolata da nessuna parte, figurarsi in una stanza il cui accesso era assolutamente vietato a chiunque non fosse il proprietario, il suo preside. Jenny iniziava a rendersene conto. Temeva più quei quattro ragazzi della persona che in ogni momento avrebbe potuto cacciarla da scuola, macchiando il suo perfetto, immacolato curriculum scolastico e distruggendo in un batter d’occhio il suo unico sogno: l’MIT. Sì, era un grande sogno, Janet lo sapeva. Enorme. Gigantesco.
Ma era tutto ciò che aveva. Si era impegnata duramente in tutti quegli anni, aveva già fatto alcuni degli esami di ammissione ottenendo sempre il massimo dei voti, e nessuno avrebbe mai potuto impedirle di andare fino in fondo. Lei avrebbe realizzato il suo sogno.
O almeno, lo sperava.
Ma arrivata di fronte allo studio e afferrata la maniglia della porta, Janet avrebbe voluto uccidersi.
Hai fatto tutti i calcoli possibili e immaginabili, considerato che il preside a quest’ora fa sempre una pausa di mezzora portando con sè la segretaria, ma non hai pensato al fatto che avresti sicuramente trovato la porta sigillata?
La porta era chiusa a chiave, e Jenny non era assolutamente in grado di scassinare la serratura.
Un’idea apparentemente geniale attraversò il suo cervello, in quel momento. Si tolse una forcina dai capelli e la infilò nella serratura, dopo essersi guardata intorno. Fortunatamente lo studio era lontano dalle classi e nascosto dalle vie principali della scuola; nei paraggi non c’era nessuno.
Quasi imprecò dopo la decima volta che riprovò. Perchè nei film sembrava tutto così facile? Cavolo, ci riuscivano i ragazzini, ma non lei che sognava il Premio Nobel. Si consolò pensando che di certo non l’avrebbe vinto per via di quel gesto impavido e leale.
Ok, serviva un’altra strategia.
Appena Jenny ricordò che lo studio era al piano terra e che la finestra era altrettanto nascosta, sgattaiolò fuori sperando che almeno uno spiraglio fosse rimasto aperto. Per poco non esultò quando trovò esattamente ciò che si aspettava. Dopo aver aperto del tutto la finestra, si lanciò dentro. Letteralmente.
Si accorse che anche quello era molto più facile in TV. Non era esattamente come scavalcare un piccolo cancello o altro. Le finestre, seppure al piano terra, erano leggermente alte per poterle scavalcare con facilità. Senza contare il fatto che Janet non era affatto tipa da scalate di alcun genere. Assolutamente.
Dopo aver lasciato la borsa all’interno, saltò per aggrapparsi al davanzale e vi rimase un istante penzoloni.
E ora? Avrei dovuto immaginare che le lezioni di educazione fisica sarebbero servite a qualcosa, prima o poi…
Certo non poteva immaginare che sarebbero state utili per questo.
Ansimando, e con una certa fatica, riuscì a issarsi sul davanzale finché non fu abbastanza in alto per gettarsi dentro. Ora doveva solo staccarsi dal pavimento sul quale era completamente spiaccicata. Lanciò un’occhiata all’orologio e si spronò a muoversi. Si sarebbe occupata più tardi dei dolori alle ossa; entro massimo dieci minuti voleva essere fuori, per evitare disastri.
Si guardò di nuovo intorno. Quella stanza era piena delle cianfrusaglie – si dice ancora? – più varie, e mai nulla era al suo posto. Oltrepassò la scrivania piena di fogli sparpagliati in modo disordinato e andò dritta verso una grande cassettiera. Aprì diversi cassetti prima di trovare la lettera giusta. Fortunatamente i fascicoli erano catalogati in ordine alfabetico per cognome.
«Jackson, Alice», mormorò, guardando la piccola foto tessera all’interno. Grande. Era lei.
Il primo foglio riguardava la sua cartella scolastica: voti, striminziti a parte in letteratura; note negative, numerose; crediti extra, zero; ore di assenza, abbastanza. Janet notò solo allora il suo anno di nascita. Era un anno più grande di lei, ma frequentava il suo stesso anno accademico. Tornò sulla cartella e vide che le ore di assenza dell’ultimo anno frequentato a New York superavano di gran lunga la norma – anzi, per sei interi mesi Alice non si era mai presentata in classe. Per questo motivo era stata costretta a ripetere l’anno.
Un rumore improvviso distrasse Janet. Non riusciva a distinguere cosa fosse, ma decise di andarsene immediatamente da lì.
Ripose il fascicolo nella borsa e uscì velocemente dalla finestra, un istante prima di sentire la porta aprirsi e qualcuno entrare in stanza. Si appiattì il più possibile contro il muro e tornò indietro, buttando fuori l’aria. Era rimasta in apnea fino a quel momento.

Nell’aula di storia, Janet sapeva che avrebbe incontrato tutti i ragazzi dell’ultimo anno.
Il che significava Emma, Monroe, Nick, Adam e Taylor insieme.
Il che significava che il momento era arrivato. Il momento in cui Jenny avrebbe fatto un’epica figuraccia che la scuola, e quindi l’intera città, avrebbe ricordato fino alla fine dei tempi. Si aspettava quasi di trovare Alice Jackson in prima linea a salvarla da quella situazione sgradevole, in cui si era messa da sola, ma dopo aver ricordato l’episodio di quella mattina ne dubitò fortemente.
La lezione non era ancora iniziata e, mentre Emma e Nick chiacchieravano tra loro in fondo all’aula, Adam e Monroe erano in prima fila, Adam vicino ad un banco, impegnato a mandare degli sms, e Monroe a rifarsi il trucco, seduta su di esso in modo del tutto sconveniente. Quando la videro le fecero segno di avvicinarsi.
«Che fate qui?», domandò loro.
«Non è il tuo banco? Le sfigate non hanno il posto in prima fila assicurato? Non scrivi ogni singola parola che dice la prof sul tuo quaderno multicolor con i fiorellini?», disse Monroe, provocando la risata di Adam.
«Io… non ho un mio banco, mi siedo dove capita. E non ho un quaderno multicolor con i fiorellini», rispose con poca convinzione, cosa di cui si accorsero entrambi.
«Sì, certo». Monroe fece un gesto vago con la mano e sorrise. «Comunque, siamo qui in qualità di amici di Taylor Crow».
Janet doveva immaginare che dietro quel sorriso si celava qualcosa di malefico. Cosa avevano escogitato di tanto malvagio per umiliarla? Volevano fargliela pagare per la faccenda degli occhiali?
Monroe scese dal banco stirandosi la gonna stretta con le mani, e in quell’esatto momento Taylor fece la sua entrata trionfale in aula.
Janet dimenticò anche il suo nome. Le sembrava che il tempo si fosse improvvisamente fermato quando, inconsapevolmente, incontrò i suoi occhi per un istante. Si sentiva come in uno di quei film in cui tutto avviene in un secondo in una scena rallentata in cui lei vede lui così dannatamente perfetto, con gli occhi che sembrano un oceano, i capelli scintillanti e le spalle forti.
«Avanti, vieni con me». Monroe ruppe quel momento da romanzo rosa, riportandola alla realtà e prendendola per un braccio. Janet non fece in tempo a rifiutare o a dire qualsiasi altra cosa, che si ritrovò a due centimetri dalla sua figura statuaria, gli occhi nei suoi.
«Ehi, Tay», fece la ragazza, disinvolta.
Taylor distolse lo sguardo dal suo per portarlo su di lei. «Ehi, M. Tutto ok?». Il suo sorriso fece quasi morire Janet, che continuava a fissarlo estasiata. In quel momento non ricordava più perchè voleva tirarsi indietro.
«Mai stata meglio», gli rispose. Jenny immaginò che a quel punto Monroe avesse sfoggiato uno dei suoi sorrisi mozzafiato, ma continuava a non distogliere lo sguardo da Taylor. «Tay, lei è Janet. Ricordi? Te ne ho parlato poco fa».
Gliene ha parlato?
Janet incontrò di nuovo i suoi profondi occhi azzurri.
«Oh, certo, Janet. Piacere di conoscerti. Sono Taylor». Le strinse la mano, sorridendo sinceramente.
Janet avrebbe voluto dire qualcosa di intelligente, ma, mentre ritirava a malincuore la mano dalla sua, riuscì solo a mormorare: «Jenny».
Più tardi avrebbe trovato un modo originale per uccidersi.
«Ma certo, il genio! Ora ricordo!», continuò poi.
La magia di quel momento si ruppe di nuovo. Il genio? Jenny ammetteva che per lei era decisamente lusingante, ma era quasi del tutto sicura che nel loro linguaggio non lo fosse affatto.
«Il… genio?», borbottò guardando Monroe e Adam, che nel frattempo si era avvicinato. Per godersi lo spettacolo, pensò Janet.
«Be’, gli ho parlato delle tue capacità. Non devi nasconderti, sei davvero un piccolo genio, J.». Monroe sembrava troppo amichevole. C’era qualcos’altro sotto, ne era sicura.
«Se è così, ne approfitto, allora», disse Taylor. «Ho un problema… diciamo anche stratosferico con tutte le materie scientifiche».
«Certo, ti aiuterò volentieri», mormorò.
Janet per una volta era felice di conoscere Monroe, Adam e i ragazzi. Questa era un’occasione spettacolare! Aiutare Taylor con i compiti significava stargli vicino, conoscerlo, diventare sua amica, e forse prima o poi anche qualcosa di più!
Taylor sorrise. «Grande».
«Quando possiamo vederci?», riuscì a stento a chiedergli.
«Vederci? No, tranquilla, non devi disturbarti. Ti manderò i miei esercizi, con più anticipo possibile, ovviamente, e quando preferisci puoi rimandarmeli finiti, ok?». Continuò a sorridere. «Ora scusate, ragazzi, mi stanno chiamando. Ehi, Jeff!», gridò allontanandosi.
Jenny credeva di aver capito male. Sperava davvero di aver capito male, con tutta se stessa.
Ma sapeva di aver capito perfettamente.
Eppure non riusciva ad odiarlo. Una sola idea le frullava nella testa, qualcosa di cui era più che certa.
«Monroe», la chiamò.
«Oh, non preoccuparti. Non c’è bisogno che mi ringrazi. Anzi, sì, mi farebbe davvero piacere».
Janet avvertiva un tipo di irritazione che non aveva mai provato; era sempre stata molto paziente, ma questo era troppo. Avrebbe volentieri cancellato in modo violento quel sorriso seccante dal suo volto tanto perfetto quanto finto. «Prima vorrei sapere esattamente cosa hai detto a Taylor». La fissò, seria. «Pensavo gli avresti parlato di… Insomma, pensavo che alla fine mi avrebbe chiesto di uscire».
Monroe sembrava scioccata e anche un tantino irritata. Le sue sopracciglia erano innaturalmente aggrottate. «Con lui? Cioè, lui con te? No, aspetta, pensavi ti avremmo aiutato ad uscire con il più figo della scuola? Anche volendo, J., non avremmo potuto fare molto. Non credo faccia opere di carità». Adam scoppiò a ridere e allungò un braccio per colpire il palmo della mano di Monroe con la sua, rumorosamente.
«L’opera di carità la faccio io non distruggendoti quell’arrogante faccino compiaciuto».
Janet si voltò immediatamente, sorpresa. Alice Jackson era dietro di lei, appena entrata in classe, con lo stesso sguardo forte e truce di sempre. Il suo tono, però, era incredibilmente calmo.
«E io sarei arrogante? Vedi di sparire al più presto dalla mia vista se non vuoi che te la faccia pagare. Questo è il mio territorio». Monroe si avvicinò alla ragazza tanto da poterla quasi sfiorare, ma anche con i tacchi alti non le arrivava neanche al mento. Quella scena fece ridere Janet, che riuscì a non farsi vedere da nessuno o l’avrebbe pagata lei.
Alice la guardò dritta negli occhi, con un sorriso malizioso. «Chiariamo subito una cosa, Barbie Botox. Non ho affatto intenzione di intromettermi nelle tue faccende e tantomeno di invadere il tuo territorio. È tutto tuo, davvero. Sono abbastanza stufa di certe consuetudini infantili. Ma non posso starmene zitta e buona quando ti becco ad umiliare una persona che è sicuramente mille volte migliore di te, proprio non posso. Quindi la prossima volta, se devi umiliare qualcuno solo per il malato gusto di farlo, non farlo in mia presenza. Ok?». Fece una pausa. «Ah, un’altra cosa: sono certa che, se ora mi mettessi a scavare, troverei il tuo viso sotto circa venti centimetri di trucco, ma ho idea che non basti a coprire certe… imperfezioni, non so se mi spiego. Hai ancora la pelle arrossata». Alice si strinse nelle spalle, con una finta espressione dispiaciuta dipinta sul volto scuro, mentre il colore delle guance di Monroe diventava di un’indimenticabile, accesa sfumatura di rosso. Janet non l’avrebbe mai ringraziata abbastanza. Poteva giurare di aver visto del fumo uscire dalle orecchie di Monroe.
«Dove siamo, qui, all’asilo?». La voce della professoressa di storia, la signora Myers, distrasse tutti dalla scena più spettacolare mai vista al liceo di Nottingate. «Ognuno al proprio posto. Ora».
La signora Myers non era esattamente la più socievole fra gli insegnanti. La sua austerità superava di gran lunga quella di tutti i professori della scuola uniti insieme.
Gli studenti si sedettero immediatamente.
«Lei è Alice Jackson, dico bene?», disse la professoressa dopo essersi seduta alla cattedra, sfogliando il suo registro.
«Sì», rispose subito Alice.
«La figlia di Julie Jackson, la scrittrice?», continuò.
«Sì, sono io». La sua voce si indurì.
La signora Myers diresse lo sguardo austero nel suo. «So che ne ha passate tante, ultimamente, ma questo non deve rappresentare una giustificazione per il suo comportamento. Non so come lei fosse abituata nella sua vecchia scuola a Manhattan, ma sappia che qui non facciamo favoritismi. D’ora in poi le suggerisco di tenere più a freno la sua lingua lunga, signorina Jackson».
Janet si voltò per guardare la reazione di Alice, che aveva assunto un’espressione tra l’irritato e l’assassino, ma restava a fissare l’insegnante in silenzio. Solo allora Janet ripensò alla frase della professoressa.
La figlia di Julie Jackson, la scrittrice?
Janet conosceva quel nome, ma non aveva ricollegato le due persone. Così Alice Jackson era la figlia della più grande scrittrice di gialli degli ultimi tempi? La stessa Julie Jackson che sei mesi prima era tragicamente morta in un incidente stradale?
Si voltò di nuovo e si abbandonò sulla sedia, lo sguardo completamente vuoto di fronte a sé.
Dio, non ci era proprio arrivata… C’era un motivo, allora, per cui Alice si comportava in quel modo. Jenny non riusciva a pensare a come avrebbe reagito nella sua situazione. Probabilmente sarebbe impazzita, questo era certo. Ma non poteva dire cosa avrebbe provato da lì a sei mesi, già solo… sopravvivere ad una tale tragedia le sembrava impossibile.
Ma ora aveva una visione più chiara della situazione “Sconosciuta Jackson”. E, anche se si sentiva ancora piuttosto fiera del suo furto perfettamente riuscito, non riusciva ad essere felice. Non per i sensi di colpa che l’avrebbero divorata all’infinito, ma perchè finalmente aveva capito. Alice si comportava in quel modo perchè si sentiva sola.
Per la prima volta da quando il suo migliore amico se n’era andato, Janet si sentiva davvero vicina a qualcuno. Da perenne emarginata sociale, Jenny sapeva benissimo cosa significava sentirsi soli. Non paragonava certo la sua situazione a quella di Alice, ma ora tutto aveva un senso. Quell’atteggiamento sempre arrogante, lo sguardo nero, il sarcasmo pungente e i modi bruschi erano solo altri modi per reagire e dimostrare la propria solitudine, il senso di inadeguatezza, di inutilità… forse anche di colpevolezza. Janet lo sapeva bene.
Motivo per cui aveva deciso che, dopo aver letto l’intero fascicolo, avrebbe conosciuto quella ragazza.
Prima della fine della giornata, lei avrebbe finalmente avuto una nuova amica.

Alice era ancora infuriata per l’uscita dell’insegnante di storia, quando raggiunse la classe di letteratura. Fu la prima ad uscire dall’aula al suono della campanella e la prima a presentarsi alla lezione successiva. Solo il signor White era presente, seduto alla cattedra e intento a scrivere qualcosa in un raccoglitore. Quando Alice si sedette al suo posto in fondo all’aula – quello del giorno prima – il professore smise di scrivere per lanciarle uno sguardo sorpreso, e i loro occhi si incontrarono per un istante. Alice non riuscì a decifrare la sua espressione, sembrava quasi scrutarla. Esattamente come il giorno prima, White la guardava come se fosse un indecifrabile, ma interessantissimo rompicapo.
Inquietante.
Distolse lo sguardo e prese i suoi libri dalla borsa. Era solo il secondo giorno ed Alice già stava perdendo la pazienza. Non aveva idea di come sopportare tutti quegli sguardi invadenti. Perchè mai la gente amava tanto impicciarsi della vita altrui? Se la loro non era abbastanza interessante, non era certo colpa sua. Se solo avessero vissuto anche un solo giorno al suo posto… Se solo Alice avesse potuto prendere il posto di una qualsiasi di quelle persone… Se solo avesse potuto dimenticare tutta la sua vita in uno schiocco di dita e ricominciare da capo…
Se solo avesse potuto impedire quel…
«Scappi da qualcosa?», chiese White, prima di sfogliare un quaderno. «Alice, giusto?».
Allie annuì.
«Sei entrata correndo», constatò con lo sguardo fisso nel suo. Quegli occhi azzurro cielo le ricordavano tanto…
Scosse la testa e tornò a fissare il banco.
No. Aveva giurato di non guardarsi più indietro e non l’avrebbe fatto.
Fortunatamente in quel momento i ragazzi cominciarono ad entrare in aula e quella breve conversazione terminò. La lezione iniziò subito, tutta incentrata sul concetto di amore nella letteratura inglese dell’Ottocento. Infine il professor White diede un compito per la settimana successiva: scrivere un saggio sul tema dell’amore in Orgoglio e Pregiudizio, Cime Tempestose e un altro libro a piacere. Alice pensò che era troppo facile, aveva già letto quei libri un centinaio di volte.
Ma una risata improvvisa la distrasse e fece indirizzare tutta la sua attenzione su un ragazzo biondo in fondo all’aula.
«Crow, ridi perché ti sembra un compito troppo facile per te?», gli chiese il professore. Alice allora lo riconobbe come il ragazzo con cui aveva visto parlare Janet poco prima. «Cosa ne dici di risponderci ora? Avanti». Incrociò le braccia, improvvisando un notevole sorriso sghembo.
Lui impallidì. «Uhm… No, grazie».
«Cortese», commentò White provocando le risate dell’intera classe.
«Lei me l’ha chiesto, io le ho risposto».
«Mi sembra giusto. Riformulo subito la frase: Crow, deliziaci con uno dei tuoi illuminanti consigli sentimentali. Rispondi a questa domanda: cos’è l’amore? I più grandi autori si sono arrovellati il cervello per trovare una risposta e dare una propria interpretazione a questo quesito. Perciò sei fortunato: ora anche tu hai questa opportunità. Illuminaci».
Sull’aula calò un silenzio tombale e nessuno si azzardò a fiatare per i successivi cinque minuti.
«Forza, Taylor, non fare il timido. Conosciamo tutti la tua movimentata vita sentimentale. Dovresti saper rispondere meglio di chiunque altro», continuò con un ghigno compiaciuto, provocando risate sommesse.
L’espressione di Taylor era decisamente confusa. Possibile che fosse tanto stupido da non capire che quel genio di White lo stava sfottendo? Alice cominciava davvero a stimare quell’uomo.
«Non immaginavo avessi delle idee tanto chiare e profonde, a riguardo. Complimenti Crow, davvero», disse White con giusto una punta di ironia. «Qualcuno vuole salvare Taylor rispondendo al suo posto? Sono sicuro che qualcuno di voi avrà cercato di spiegarsi uno dei più grandi misteri della vita. Ad esempio, lo scrittore Thomas Merton diceva che l’amore è il nostro destino, e solo insieme alle persone che amiamo troviamo il vero significato della vita».
«Penso che l’amore sia sacrificio».
La classe si voltò in massa verso Alice. Aveva parlato senza neanche rendersene conto.
«Penso che amare significhi mettere il bene di qualcuno prima del proprio. E, prima di tutto, mettere da parte l’orgoglio. Rendere felice qualcuno solo perché è bello vederlo sorridere, senza pretendere nulla in cambio. Perché, in fin dei conti, non ti serve nulla. La sua felicità è l’unica cosa che desideri».
«Non avrei saputo dirlo meglio», commentò White, dopo qualche istante di silenzio, sorridendo. Appena suonò la campanella, in meno di dieci secondi l’aula era di nuovo vuota. Quella era l’ultima ora di lezione di Alice, per quella giornata, e non vedeva l’ora di tornarsene a casa, immergersi in un libro e dimenticare la sua vita abbastanza da sentirsi momentaneamente bene.
Allie fu l’ultima a raggiungere la porta, ma qualcosa le impedì di uscire.
«Parlavi di tua sorella, vero?».
Alice si irrigidì un istante, poi si voltò e tornò indietro, lentamente. Rivolse al professore lo stesso sguardo truce che riservava per certe situazioni sgradevoli.
«Ho letto la tua cartella», continuò quando Allie tacque.
«Vuole dire come un fascicolo con le mie informazioni? Oh Dio, fa tanto telefilm. Non sapevo esistessero davvero le cartelle degli studenti. Anzi, ora che ci penso fa più malati mentali».
Sorrise. «Bene, vedo che hai il senso dell’umorismo. È già qualcosa».
Alice gli lanciò un’occhiata degna di Monroe o qualcuno dei suoi, ma si addolcì immediatamente. C’era qualcosa in quell’uomo… Non era facile odiarlo come il resto del mondo. E poi era… be’, ecco, era davvero affascinante.
«“Sono poche le persone che amo veramente, e ancor meno quelle che stimo. Più conosco il mondo, più lo aborrisco”», declamò.
«Orgoglio e Pregiudizio», disse Alice.
Il suo volto si illuminò. «Conosci questa frase?».
«Come potrei non conoscerla? Credo che Elizabeth Bennet ed io saremmo state ottime amiche».
«Oh, ne sono più che certo», disse continuando a sorridere. Alice non capiva cosa stesse cercando di fare. Non smetteva di fissarla con quello sguardo curioso. Allie si sentiva come una specie di cavia da laboratorio. O almeno come credeva si sarebbe sentita una cavia da laboratorio.
Si strinse i libri al petto e si voltò di nuovo per uscire dall’aula, confusa ma non irritata – e lei era sempre irritata. Nemmeno il fatto che avesse ficcato il naso in cose che non lo riguardavano l’aveva turbata, ma forse solo perché già sapeva come far sparire quella cartella. Non voleva che quelle informazioni andassero troppo in giro. I professori poteva gestirli, ma gli alunni…
«Alice». Quando Allie alzò lo sguardo vide Janet di fronte a lei, nel lungo corridoio. «Ti aspettavo».
«Creepy», rispose senza fermarsi, ma Janet la seguì e la affiancò.
«Volevo ringraziarti», continuò.
«Non c’è problema», rispose senza sentimento.
«Monroe sa essere una vera strega, a volte».
Ad Alice sfuggì un ghigno ironico. «Ma davvero?».
«Sì, be’, lei… non lo fa apposta, non è sempre così».
Alice si fermò bruscamente, seccata. «Ne dubito fortemente. E sono anche sicura che tu lo sappia bene. Quindi perché non saltiamo la parte in cui si suppone ti ripeta che sei mille volte migliore di quelle persone per frequentarle, e passiamo direttamente alla domanda finale “cosa vuoi da me”?».
«Un’amica sincera».
Alice scoppiò a ridere, seriamente divertita. «Tu non sai cosa dici. Fidati, non vuoi davvero essere amica mia».
«So perché ti comporti in questo modo», disse prima che Alice si voltasse per andarsene.
Le rivolse un sorriso in segno di sfida e aspettò che parlasse. «Allontani tutti da te perché sei arrabbiata».
Alice era incredula. «Io sarei…».
«Sì, sei perennemente irritata. Perché ti senti sola, incompresa, probabilmente ti senti in colpa per qualcosa, odi il mondo, tutti quanti, ma specialmente te stessa perché…». Janet si interruppe. «Il motivo non è importante, ma resta il fatto che cerchi solo di punirti, allontanando chiunque cerchi di avvicinarti, e…».
«Come diavolo…? Hai letto il mio fascicolo, non è vero?». La voce di Alice superò di gran lunga la tonalità normale.
Janet indietreggiò all’istante. Lo sguardo di Alice era di nuovo nero come quella mattina. «Io…».
«Cosa c’è scritto? Dimmelo!», urlò, fuori di sé, avanzando verso di lei. Janet si ritrovò con le spalle al muro, terrorizzata dal pensiero di venire presto picchiata.
Alice si rese conto della situazione quando intorno a lei non sentì più alcun rumore. Tutti avevano smesso di muoversi, di parlare, di fare qualsiasi cosa stessero facendo. Jenny non riusciva ad emettere suoni, aveva gli occhi spalancati per lo spavento e lo stupore.
«Ragazze, tutto bene?». Il professor White le raggiunse all’istante.
Alice si allontanò da Janet, tornando in sé. «A meraviglia», rispose subito.
«Janet?», le chiese poi.
Quando Jenny annuì, White tornò indietro, lentamente e con poca convinzione. Alice tornò a fissare Janet, sentendo ancora il suo sguardo bruciarle addosso.
«Bene». Allie si schiarì la voce. «È tutto ok, non importa. Ma non… provare mai più a psicanalizzarmi. Mai più», sussurrò.
Un istante dopo, Alice se n’era andata, lasciando Jenny immobile contro il muro a tentare di riprendersi.
Ma era Alice l’unica ad avere il permesso di essere sconvolta. Il suo fascicolo, come specificava l’aggettivo possessivo, era suo e basta. Era personale.
Cosa dava loro il diritto di immischiarsi nella sua vita privata e di sputare sentenze? Ancora non credeva a ciò che era successo. Non pensava che i quattro idioti avessero tanta influenza su quella povera ragazza. Perché Alice avrebbe scommesso qualsiasi cosa che dietro quella storia c’era il loro zampino. Janet non avrebbe avuto motivo di farlo, e non credeva nemmeno che avrebbe potuto idearlo da sola. Sarebbe stato meglio rimediare prima di creare danni irreparabili.
Un rumore simile ad un crepitio di foglie la distolse dai suoi pensieri. Si voltò immediatamente verso il suono, ma la strada dietro di lei era completamente deserta – per quanto fosse possibile vedere attraverso la pioggia fitta. La sua nuova casa non era esattamente situata nella parte civilizzata della città.
«Chi c’è?», provò a domandare.
Varie volte fu sicura di aver avvertito qualcosa – o qualcuno – che la stesse seguendo già prima dell’inizio della scuola, ed era certa di non averlo immaginato. Ora, però, non era dell’umore adatto per lasciar perdere. L’avrebbe affrontato, chiunque fosse stato, e non gliel’avrebbe fatta passare liscia.
Alice, come sempre, avrebbe vinto.
«Vuoi uscire spontaneamente o devo venire a prenderti con la forza? Si può sapere chi diavolo sei?».
Nel punto vuoto che fissava Allie, a pochissimi metri da lei, comparve all’improvviso qualcosa. La pioggia delineava i contorni di una sagoma, o meglio, la sagoma sembrava fatta di pioggia. Lentamente, poi, iniziò a prendere fattezze umane, finché davanti ad Alice non comparve uno strano ragazzo dai capelli bianchi e gli occhi blu.
«Un amico».

 

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CAPITOLO 1 –>Oblivium – 1. Buongiorno Upper East Side

CAPITOLO 2 –> Oblivium – 2. Il ritorno di Alice

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Informazioni su Sam

Gli amici mi chiamano Sam, ho 20 anni e sono un'appassionata di scrittura e lettura, nonché telefilm addicted. Credo fermamente nel potere catartico di tutti i tipi di arte e anelo ardentemente ad un mondo più fantasioso e meno cinico. A volte sono un po' folle. Ritenevo giusto che lo sapeste.

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